L'archeologo inglese Leonard Woolley illustra nel brano seguente come i ritrovamenti confermarono la narrazione biblica del diluvio.
Per lungo tempo storici e archeologi considerarono la Bibbia esclusivamente un testo religioso e sottovalutarono l'importanza delle informazioni che da essa si possono ricavare su tutta la regione della mezzaluna fertile. L'archeologo inglese Leonard Woolley illustra nel brano seguente come i ritrovamenti confermarono la narrazione biblica del diluvio.
La nota versione biblica dell'arca di Noè non è affatto di origine ebraica; gli Ebrei la trassero dalla Mesopotamia, incorporandola, con alcune modifiche, nel loro canone sacro. È esattamente lo stesso racconto che troviamo sulle tavolette anteriori ad Abramo, e non solo gli eventi narrati sono uguali, ma persino la costruzione delle frasi è identica.
Sia ad Ur che in altre località della Mesopotamia si sono trovate tracce di inondazioni locali e temporanee, verificatesi in varie epoche storiche; talvolta si trattava semplicemente dell'effetto delle piogge in una zona circoscritta, ma per sé si è trovato alcunché di paragonabile a ciò che noi troviamo nel nostro «pozzo del Diluvio», dove possiamo affermare di avere raccolto le prove di una inondazione che non trova l'eguale nei periodi successivi della storia della Mesopotamia.
Qui trovammo quattro metri di fango che significavano probabilmente una massa d'acqua di almeno otto metri; sulla terra piatta e bassa della Mesopotamia una massa simile dovette allagare un'area lunga cinquecento chilometri e larga centocinquanta: tutto il fertile territorio compreso tra i monti elamiti e l'alto deserto siriano dovette scomparire e solo alcune delle antiche città, poste in cima alle loro collinette di terra riportata, dovettero scampare al disastro. Ur fu tra queste, ma molti altri villaggi dove avevamo scavato furono improvvisamente abbandonati e rimasero a lungo deserti.
Quindi un'alluvione ci fu veramente: non è forzare le conclusioni affermare che si tratta del Diluvio della leggenda sumera e quindi del Diluvio del Vecchio Testamento. Ciò non significa, naturalmente, che tutti i particolari del racconto siano veri; si parte da un fatto storico, ma, riportandolo, sia il moralista sia il poeta hanno introdotto diverse varianti per adattarlo ai loro fini particolari. I fatti sono tuttavia incontestabili. La versione del Genesi afferma che le acque raggiunsero l'altezza di nove metri, che sembra essere la verità; la versione sumera descrive la vita dell'uomo antidiluviano in capanne di giunchi e il particolare è confermato dai ritrovamenti; Noè costruì un'arca di legno leggero calafatandola col bitume e proprio in cima al deposito alluvionale trovammo un grosso blocco di bitume con le impronte della cesta in cui era stato imballato.
Non fu un Diluvio universale; fu una vasta inondazione nella valle del Tigri e dell'Eufrate che sommerse tutta la zona abitabile tra le montagne e il deserto; per coloro che vi abitavano quello era il mondo. La grande massa di quella gente dovette trovare la morte nella catastrofe e solo uno sparuto e avvilito gruppo di superstiti poté guardare dalle mura delle città le acque che infine si ritiravano. Non stupisce che essi abbiano scorto in quel disastro il castigo di Dio a una generazione empia e che lo abbiano narrato in questi termini in un poema religioso; e se qualche famiglia riuscì a scampare in barca dai bassopiani allagati il suo capo non poteva non essere scelto come l'eroe della saga.
(Da L. Woolley, Ur dei Caldei, Torino, Einaudi, 1958)
Questionario
1 Quali sono i ritrovamenti che confermano molti particolari della narrazione biblica?
2 Quali insediamenti riuscirono a salvarsi? Quali rischi correvano comunque?
3 Consulta un atlante: l'estensione dell'area inondata era superiore o inferiore all'intera Pianura padana?
4 Perché secondo Woolley l'espressione «diluvio universale», cioè di tutto il mondo, non è storicamente corretta?
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