La Sibilla Cumana, una delle figure più affascinanti e misteriose della mitologia greco-romana.
| Apollo e la Sibilla, nell’interpretazione di Gian Domenico Cerrini |
La Sibilla Cumana è senza dubbio la più celebre tra le figure profetiche dell'antichità, un nome indissolubilmente legato alla storia e alla mitologia di Roma e, in particolare, al sito archeologico di Cuma, la più antica colonia greca in Occidente, situata sulla costa campana.
Questa sacerdotessa di Apollo, il dio della profezia, era ritenuta la custode di oracoli e vaticini, la cui influenza si estese ben oltre i confini della Magna Grecia, fino a plasmare le credenze e le decisioni politiche della nascente Repubblica Romana.Il mito della Sibilla (il cui nome personale più frequentemente associato è Deifobe, figlia del troiano Glauco) è un racconto di desiderio, di eternità e, in ultima analisi, di declino. La leggenda narra che Apollo, invaghitosi di lei, le promise di esaudire qualunque suo desiderio in cambio del suo amore. La Sibilla, ambiziosa, prese una manciata di sabbia e chiese di vivere tanti anni quanti fossero i granelli che teneva in mano. Apollo acconsentì ma, una volta ottenuto il dono della longevità, la Sibilla si rifiutò di concedergli il suo amore. La vendetta del dio non fu la revoca del dono, ma una beffa crudele: Apollo le concesse la lunga vita, ma non l'eterna giovinezza.
Così, la Sibilla invecchiò inesorabilmente. Il suo corpo si ridusse col tempo fino a diventare quasi invisibile, una figura eterea e consumata, confinata in una gabbia appesa all'interno dell'Antro. Il celebre aneddoto, tramandato da Petronio nel Satyricon, la dipinge in questo stato di misera immortalità, dove, alla domanda di un commensale su cosa desiderasse, risponde con una dolorosa preghiera: "Voglio morire". Questo mito non solo la consacra come veggente, ma la rende anche un simbolo tragico della fragilità umana di fronte al tempo e al desiderio mal espresso.
La sua dimora a Cuma era l'Antro della Sibilla, un'imponente e complessa opera di ingegneria idraulica e architettura rupestre scavata nel tufo del Monte di Cuma, nei pressi del tempio di Apollo. Questo luogo, descritto con timore reverenziale dagli autori antichi, era una galleria a trapezio con un'aula finale, il adyton, dove la Sibilla pronunciava i suoi vaticini. Si credeva che, ispirata dal deus (il dio Apollo) e dai vapori sulfurei che fuoriuscivano da fenditure del terreno, cadesse in uno stato di trance profetica, durante il quale proferiva i suoi responsi in esametri greci. Questi vaticini erano spesso scritti su foglie di palma, le quali venivano poi mescolate dal vento proveniente dalle cento aperture dell'Antro, rendendo le profezie "sibilline", cioè ambigue e di difficile interpretazione.
L'episodio forse più celebre che la vede protagonista è narrato nel sesto libro dell'Eneide di Virgilio. L'eroe troiano Enea, approdato a Cuma, cerca la Sibilla per ottenere la sua guida e l'accesso all'Averno. La sacerdotessa, dopo averlo messo alla prova, lo accompagna nell'oltretomba, fungendo da ponte tra il mondo dei vivi e quello dei morti. È grazie alla sua intercessione che Enea può incontrare l'ombra del padre Anchise e scoprire il glorioso destino di Roma.
Un altro elemento cruciale associato alla Sibilla Cumana sono i Libri Sibillini, una raccolta di oracoli in greco che, secondo la tradizione, furono portati a Roma e custoditi nel tempio di Giove Capitolino. La leggenda narra che la Sibilla stessa li offrì in vendita al re Tarquinio Prisco (o Tarquinio il Superbo) in tre riprese: inizialmente nove libri a un prezzo esorbitante, poi, dopo il rifiuto del re, bruciandone tre e offrendo i sei rimanenti allo stesso prezzo, e infine, bruciandone altri tre e vendendo gli ultimi tre all'esorbitante cifra iniziale. Questi libri divennero uno strumento fondamentale nella vita religiosa e politica romana, consultati in momenti di grave crisi o per placare l'ira degli dèi attraverso riti e sacrifici.
La figura della Sibilla Cumana si colloca, dunque, all'intersezione tra storia, mito e religione. Non era solo una profetessa, ma un'istituzione, la voce stessa del fato che, attraverso i secoli, ha guidato le speranze e le paure di un'intera civiltà, rimanendo impressa nell'immaginario collettivo come l'emblema dell'antica sapienza e dell'immortalità come fardello.
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